Cibo ed emozioni

 

Il particolare rapporto che ognuno ha con il cibo fin da piccolo, è carico di componenti psicologiche ed affettive del tutto personali che possono facilitare o interferire con una sana alimentazione.

Desiderio, piacere, soddisfazione… ma anche cautela, timore, diffidenza, rifiuto, sono le componenti in gioco nell’ alimentazione, che spesso si alternano nella stessa persona.

 Il rapporto con il cibo, quindi, è l’ espressione di un appetito che non si limita a soddisfare la fame, ma coinvolge gli impulsi più istintivi e vitali della vita affettiva.

A chi di noi non è mai capitato di gradire un cibo che rievoca un momento particolarmente piacevole e di rifiutarne uno che è invece  associato ad un ricordo non troppo felice?

Quante volte ci siamo seduti a tavola spinti da un reale senso di fame? E quante altre invece lo abbiamo fatto solo perché  attratti da un profumo piacevole o da un piatto invitante?

 

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Questo succede perché c’è uno stretto rapporto tra  CIBO ed EMOZIONI.

 

E’ opinione comune che il bisogno di mangiare, LA FAME, nasce da un normale meccanismo fisiologico, interno all’ organismo teso a ridurre lo stato di tensione ed a ripristinare l’ omeostasi.

Tuttavia, accanto a questo meccanismo, ce n’è un altro, che, a livello cerebrale, è chiamato  circuito dopaminergico e può essere attivato anche alla sola vista del cibo o al pensiero di un cibo a noi particolarmente gradito, sia esso un cibo sano o meno.

 

 

Quindi  molte persone si ritrovano a mangiare per procurarsi piacere, per calmare uno stato d’ ansia, per trovare un momento di tranquillità tra gli stress quotidiani, per abitudine, per colmare la propria solitudine e il senso di vuoto, per socializzare e stare insieme.

I problemi alimentari, spesso, si manifestano come pulsioni incontrollate verso cibi  che determinano:

  • un accrescimento delle più comuni  “intolleranze alimentari” ,
  • un calo del livello energetico,
  • sintomi depressivi
  • un abbassamento della qualità della vita.

In alcuni casi, tali problemi sono più complessi portando ad intolleranze generalizzate, obesità, anoressia, bulimia e ortoressia,  (ossessione per i cibi giusti) e drankoressia (cibo insieme ad alcool) : i disturbi alimentari.

Il primo segnale dell’ evoluzione negativa di un atteggiamento alimentare è dato dal cambiamento del carattere e del comportamento generale della persona.                                                                                                     

 

Le persone che soffrono di disturbi alimentari  mangiano per ragioni diverse da quelle della fame fisica (ad esempio se sono stanche, stressate o tristi).

Mangiano irregolarmente e caoticamente, a volte saltano il pasto o digiunano, a volte mangiano troppo e a volte seguono una dieta. Inoltre soffrono per la difficile relazione che hanno con il cibo, ma non riescono a cambiare il proprio atteggiamento. 

Questo significa che la mente interferisce con il cibo.

Sono, quindi, persone che vedono alterato il proprio corpo o parti di esso e la percezione di un’ immagine di sé “grossa e sgradevole” è così intensa che  la credono reale e fanno il possibile per migliorarla.

 Il cibo diventa così un mezzo per comunicare DISAGIO e TRISTEZZA.

IN CONCLUSIONE

I disturbi del comportamento alimentare  implicano gravi conseguenze sul piano organico, che richiedono costante sorveglianza  medico–internista  e spesso interventi medici d’ urgenza .

Inoltre, sono, nella maggior parte dei casi, di difficile individuazione nelle fasi iniziali, perché  possono confondersi con comportamenti abitualmente presenti nel contesto sociale.

Si presentano con diversi livelli di gravità, non solo per le caratteristiche che si sommano del nucleo psicopatologico tipico del disturbo stesso, ma anche per la possibile co-presenza di altri quadri psicopatologici ( depressione grave, disturbo d’ ansia, disturbo di personalità).

Nel caso la persona o i familiari sia consapevole della problematica,  è necessario chiedere aiuto e rivolgersi ad uno psicoterapeuta per una consulenza psicologica mirata a definire un percorso personalizzato che spesso richiede la presenza di altre figure professionali (medico, psichiatra, dietologo). Un intervento multidisciplinare, infatti, è  suggerito.